20/01/2008
con le bocche bendate
Non ho simpatie per il clero in generale, e per questo papa in particolare. Non mi posso dire credente perché i credenti-credenti mi accusano di fare i miei comodi e forse, a parer loro, dovrei limitarmi a dire che “credo in qualcosa”, un po’ come i cantanti più drogherecci dichiarano nelle interviste con un’aria profondamente spirituale che non riuscirò mai ad avere.
Questo papa di scivoloni ne ha presi non pochi, come quando ha citato un testo che non poteva non innervosire i musulmani. Però l’episodio La Sapienza è stato davvero una tristezza, c’era da piangere a sentire le motivazioni dei professori, non oso immaginare quelle degli alunni, date le frasi slogan intraviste sugli striscioni. Quando si vuole fare la rivoluzione e si crede che si scriva con due zeta.
Intolleranza da paesi senza cultura, osso gettato a cani che non vedevano l’ora di azzannarsi per una qualche ragione. Bastava non andarci, o andarci per poi riconfermare le proprie tesi avverse, o ignorare la cosa, o dare una motivazione che non fosse la laicità. Divagazione linguistica, ormai si parla di laico ( dal greco, λαϊκός – uno del popolo ) come di opposto a credente, invece di parlare di ateismo. Forse suona più sano e giusto. Suona più laico, dire laico.
E come pensare che se fosse venuto il Dalai Lama in Italia, non ci si andava perché non siamo buddisti. Evviva lo smacco, in effetti durante la sua visita a Roma, non è stato ricevuto, nemmeno dal Papa, ma non è qui il luogo per spiegarne le non-buone ragioni. Fatto sta che il Pontefice, nel suo discorso diffuso in via scritta, non intendeva ripetere la sua discutibile affermazione su Galileo, né si sarebbe messo a dissertare sulla moratoria sull’aborto. Avrebbe tenuto un discorso da intellettuale e da papa.
Un po’ inutile rivendicare il diritto di parola solo quando è il nostro turno.
ot
15:00 Scritto da: le.cadute | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: cultura, società, politica, tajani | OKNOtizie |
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17/01/2008
pioggerellina quotidiana
Come un inglese abituato alla pioggerellina quotidiana non fa caso all’anomalia di avere costantemente le suole bagnate, così mi sono assuefatta alla vista della spazzatura: la considero ormai un elemento naturale del paesaggio urbano, come le case, le macchine e le persone. La sua presenza sull’asfalto è la spina su un cactus, il naso in mezzo alla faccia: ovvia.
Diciamo la verità, non mi dà nemmeno tutto questo fastidio: come ha detto Rosy, non ci agitiamo, non muore nessuno. Ho sentito un comico in tv proporre, per assurdo, di buttare tutti i rifiuti in eccesso nella bocca del Vesuvio: mi ci è voluto qualche attimo di troppo per coglierne il sarcasmo.
Quando mi chiedono se è vero che dove abito ci sono sagome di immondizia che fanno ciao, non so cosa rispondere: proprio non me lo ricordo, perché non ci faccio più caso. Né sono in grado di dire se Roma sia più o meno sporca di Napoli, perché lo schifo dei sacchetti neri mi si neutralizza davanti agli occhi, diventa invisibile. E nemmeno riesco ad apprezzare la pulizia di altre città, come una poesia in un’altra lingua: non la capisco, dovrei utilizzare un parametro di valutazione che non possiedo.
Nella provincia salernitana, dove vivo, sento dire che da noi è tutta un’altra cosa rispetto al napoletano: l’immondizia, magicamente, non c’è. Perché non si parla più di toglierla o non toglierla, ma di esserci o non esserci, come se la questione dipendesse da un’entità superiore – che, effettivamente, assume talvolta contorni non ben delineati. Ieri sera, però, qualche neurone si è svegliato all’improvviso e l’ha vista: era proprio lì, tutta colorata, a cespugli, lungo la strada. E, quando l’estensione di ogni popolazione di sacchetti supera i 15 metri, credo si tratti di una quantità di un certo rilievo. Dico credo, perché non so quale sia lo standard.
Mi ricordo di un ragazzo tunisino, qualche anno fa, appena arrivato in Italia. Mentre camminavamo si accorge che qualcuno butta una lattina per terra: fa un passo indietro, la raccoglie e la getta nel cestino. Continuando a parlarmi d’altro, come se quel gesto fosse stato scontato. Oggi è il primo a non farsi problemi nel buttare le carte fuori dal finestrino dell’auto. Si è integrato bene: neanche lui ricorda più quale sia lo standard.
ot
20:39 Scritto da: le.cadute | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: cultura, società, politica, tajani | OKNOtizie |
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